Il lato umano della comunicazione: l’interprete

Qualche giorno fa ero seduta in una sala d’attesa in ospedale e mi stavo “godendo” i pochi minuti liberi che mi erano concessi (il tempo libero è un miracolo per una con tre figli) approfittandone per leggere qualche blog su traduzione e interpretazione.

Stavo per chiudere Feedly per passare a una sessione di shopping online quando sono incappata in uno stupendo articol di A word in your ear (link: https://www.lourdesderioja.com/2015/06/23/claude-durand-a-life-dedicated-to-interpreting/).

A quel punto mi si è accesa una lampadina: “Claude? Ma io lo conosco!”

Già, conosco Claude perché l’ho incontrato circa 12 anni fa a Forlì, quando era venuto in visita alla SSLMIT e, insieme ad un gruppo di compagni di studi, ho avuto l’opportunità di pranzare e farmi una bella chiacchierata sul mestiere dell’interprete con lui.

Non dimenticherò mai quello che ci ha detto in merito all’essere un interprete SCIC (argomento affrontato anche nell’intervista di cui sopra), ma neanche quello che ci ha detto in merito all’apprendimento delle lingue, perché è quello che lui faceva/fa costantemente: imparare nuove languages. Aveva sempre un bloc notes con sé e ci scriveva sopra parole in italiano, dato che stava imparando anche quella lingua. Mi ha davvero colpita.

Per quanto riguarda il tedesco, ci ha detto che imparare il tedesco è come scalare una montagna molto alta: è molto difficile padroneggiare la grammatica, ma una volta che hai imparato quella, sei quasi arrivato in cima.

Ebbene, 12 anni dopo posso dire che è vero, anche se non mi sento proprio arrivata in cima alla montagna, ma magari a metà, continuando a scalare giorno dopo giorno.

So che non parlerò mai il tedesco come una madrelingua, ma Claude ha acceso in me una speranza. È davvero stato un esempio di ciò che io definirei “il lato umano della comunicazione”: un animo appassionato la cui missione è quella di rendere possibile la comunicazione fra paesi, popoli e persone.

A volte la traduzione viene considerata un processo non umano (pensiamo, ad esempio, alla machine translation), o comunque come un processo in cui è presente un essere umano dietro alle quinte, quindi non visibile.

Essere interprete significa essere la persona che rende la comunicazione verbale/orale. L’interprete è la terza parte coinvolta in processo di comunicazione fra due soggetti ed è solitamente visibile, diversamente dal traduttore. Questo è il motivo per cui mi piace definire gli interpreti come “il lato umano della comunicazione”.

Ed essere la dimensione umana della comunicazione è ciò che io considero la mia missione.

Avete mai pensato di essere il lato umano della comunicazione o avete mai considerato un interprete come tale?

Non è una prospettiva entusiasmante?

Che vi consideriate o meno il lato umano della comunicazione, credo vi piacerà questa bella intervista a Claude Durand, “a life dedicated to interpreting

S.

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Translator & Interpreter